Il Germoglio

Parrocchia Dio Padre Misericordioso

Missione Misericordia 2015-16

Un anno con il Vangelo nella Chiesa

Il Germoglio

I Domenica di Avvento anno C

Dal libro del profeta Geremia

14Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d'Israele e alla casa di Giuda. 15In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,25-28.34-36)

In quel tempo Gesù disse : 25“Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

[29E disse loro una parabola: "Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: 30quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l'estate è vicina. 31Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. 33Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno].

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo”.

La parola più importante del Vangelo di questa domenica è “germoglio” ma… non la leggiamo. Si trova infatti nella parte omessa del Vangelo (qui riportata in corsivo), che non si ripete essendo già stata letta due settimane fa. Per comprendere bene il messaggio di questa prima domenica di Avvento dobbiamo però leggerla bene, perché fa riferimento all’immagine del germoglio.

La parola greca per germoglio è anatolé. Letteralmente vuol dire “ciò che spunta fuori, che viene su dalla terra”. Nell’Antico Testamento viene usato a partire dal ritorno dall’esilio, quando un povero resto del popolo torna nella Terra promessa ormai decimato e impoverito, ma anche purificato. Un nuovo inizio poverissimo, ma già ben presente, anche se molto piccolo. Un nuovo inizio che parla di futuro in un mare di desolazione legato al passato fallimentare del popolo:

Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!

19Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.
20Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi,

perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa,

per dissetare il mio popolo, il mio eletto. (Is 43,19)

 Il loro re sarà anche un sacerdote: il profeta Zaccaria lo indica in Zorobabele, nuovo governatore della Giudea appena nominato dopo il ritorno dall’esilio. E’ insignito personalmente del titolo di Germoglio del nuovo Israele:

  Dice il Signore degli eserciti: Ecco un uomo che si chiama Germoglio: germoglierà dove si trova e ricostruirà il tempio del Signore. Sì, egli ricostruirà il tempio del Signore, egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono (Zc 6,12).

  Bisogna ora sapere che la stessa parola che in greco indica lo spuntare di un filo d’erba esilissimo (anatolé, anateléi) indica anche un evento grandioso e solenne come lo spuntare del sole (anche in italiano del resto, il verbo spuntare si può usare per tutti e due i casi!). Nella fede di Israele anche lo spuntare del sole si riferisce all’arrivo del Messia atteso e sperato:

 Ecco infatti: sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà - dice il Signore degli eserciti - fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà (anateléi) con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli dalla stalla. (Mal 3, 20-21)

Il salmo 84 – tipico del tempo di Avvento – ricorda che

Misericordia e verità s’incontreranno, Giustizia e pace si baceranno

La verità germoglierà (anateléi) dalla terra, e la giustizia si affaccerà dal cielo

Zaccaria, padre di Giovanni Battista profetizza l’arrivo del Messia parlando di un sole che fa entrambi i movimenti: ci viene a visitare dall’alto, ma spunta dalla terra!

E tu bambino sarai chiamato profeta dell’Altissimo…

Per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati

Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio

Per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge (anatolé) (Lc 1,78)

Il paradosso più grande è che germoglio che spunta dalla terra non ha nulla di appariscente né di attraente. Non lascia presagire affatto il suo carattere di “”nuovo inizio”, di giorno di salvezza. Isaia, nei canti del Servo lo dice chiaramente:

È cresciuto come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia;

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori;

e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. (Is 53)

Nell’Antico Testamento l’immagine del Germoglio ci parla del Messia con due caratteristiche opposte che tuttavia si danno contemporaneamente: da una parte un germoglio piccolo, non particolarmente appariscente, eppure già presente qui ed ora. D’altra parte lo spuntare dell’astro più grande e potente, il sole, con tutta la sua luce e tutta la sua forza.

Proprio queste due caratteristiche, riunite nel simbolo del Germoglio ci parlano del mistero di Cristo così come ci si presenta nel tempo dell’Avvento. E grazie a questo simbolo possiamo rispondere alla domanda che nasce ogni volta che troviamo un testo apocalittico nel Vangelo: cosa ha voluto dire Gesù? Ha voluto fare una profezia dei suoi tempi, del suo immediato futuro oppure ha voluto parlare dei nostri tempi, della fine del mondo?

Prima di tutto ha voluto parlare di sé e della sua passione. Il piccolo germoglio che non ha apparenza né bellezza, ma ha in sé tutta la potenza di Dio, perché è Dio stesso. Eppure sopporta tutto il male della Passione, riceve tutta la furia del peccato che vuole sradicarlo del tutto. Contemporaneamente alla povertà del Germoglio c’è la grandiosità del sole che sorge: nel processo al Sinedrio e davanti a Ponzio Pilato, Gesù dichiara apertamente di essere Figlio di Dio. Segue lo sconvolgimento della sua morte e la strepitosa potenza della sua risurrezione gloriosa;

Da allora è iniziata la fine del mondo e quindi Gesù ha voluto anche parlare del presente dei veri cristiani che, se vivono davvero la fede, ripetono nella loro vita il destino di Gesù stesso, germoglio umiliato che spunta e sole invincibile che sorge: calunnie, processi, tribunali, professioni di fede, morte e risurrezione gloriosa. Pensiamo ai martiri di ieri e di oggi. Dovunque nel mondo la verità è negata, l’amore è calpestato, la dignità soffocata e offesa, lì è la fine del mondo: lì si rivela la crudeltà del male e insieme lo splendore della carità pura, gratuita, inspiegabile, senza interessi. La violenza e la morte vogliono distruggere la vita e l’amore e questi ultimi risplendono ancora di più nella loro povertà e debolezza… che però li rendono invincibili!

Infine – ma solo alla fine – Gesù ha parlato della fine dei tempi, del giudizio universale, che ci sarà in un futuro che nessuno conosce. La storia non sarà eterna, non sarà un indefinito camminare senza una meta. Alla fine ci sarà un rendiconto, sospirato per chi subisce il male, temuto per chi lo infligge… Un Venerdì santo cosmico, seguito da un ultimo e definitivo mattino di Pasqua. Non sappiamo quando né come. Papa Benedetto ricordava che ci sono tante ricchezze nel Vangelo che non abbiamo ancora scoperto, tante affermazioni di cui onestamente possiamo solo dire: Non sappiamo ancora cosa vogliono dire esattamente. Bisogna lasciarle nel loro mistero, ricordandoci che non siamo noi i signori e i padroni del mondo, e nemmeno della Parola di Dio…

Il tempo di Avvento allora ci mette davanti con forza una duplice realtà, o meglio, una realtà composta da due aspetti che sembrano contraddittori ma che sono entrambi egualmente veri, e con i quali siamo chiamati a confrontarci: l’umiltà del “Germoglio” presente e la grandezza del “Sole” nel futuro. Il primo già spunta ora, il secondo spunterà alla fine dei tempi.

Il Germoglio umile, ma presente fin da ora. Isaia ci domanda provocatoriamente: già germoglia, non ve ne accorgete? Gesù è già in mezzo a voi, già sta agendo… Non ve ne siete accorti?

Qui possiamo utilmente chiederci quanto siamo capaci di “accorgerci” di Gesù che sta lavorando nelle profondità della storia, della nostra terra, della vita quotidiana. Quanto siamo devoti della “dea lamentela” tante volte evocata da papa Francesco? Per me la realtà è “tutto uno schifo?”

Paolo VI diceva che lui non capiva i cristiani scoraggiati: non li capiva. Questi cristiani tristi, ansiosi, questi cristiani dei quali uno pensa se credono in Cristo o nella “dea lamentela”: non si sa mai. Tutti i giorni si lamentano, si lamentano; e come va il mondo, guarda, che calamità, le calamità. Ma, pensate: il mondo non è peggiore di cinque secoli fa! Il mondo è il mondo; è sempre stato il mondo. E quando uno si lamenta: e va così, non si può fare niente, ah la gioventù… Vi faccio una domanda: voi conoscete cristiani così? Ce ne sono, ce ne sono! (Papa Francesco alla Diocesi di Roma, 17 giugno 2013)

 Mi diverto a fare il gufo su tutto quello che vedo? Nelle situazioni quotidiane vado sempre a cercare il trucco, la trappola, il difetto ? Faccio sempre notare quello che non va? Quando vedo un germoglio debole che cresce a fatica, lo prendo a calci senza tanti complimenti “perché tanto non ce la fa” ?

  Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?"… 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9"C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?"... 11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. (Gv 6)

 Gesù è già presente, qui ed ora. Lo ignoro volutamente, preferendo crogiolarmi nel pessimismo? Quanto sono capace di essere incoraggiante, di vedere quello che già germoglia e ha bisogno di cure perché è debole? Dalla mia cura per la fragilità – mia e degli altri – si capisce se credo o no alla presenza di Cristo nel mondo!

 Il sole di giustizia che sorgerà. L’altra depressione è quella che sorge dall’ignorare il giorno del giudizio. Se ci persuadiamo che molti conti in sospeso non saranno mai pagati, che tutte le ingiustizie resteranno non riparate, che i colpevoli la faranno franca sempre, allora finiamo nella disperazione. Pensa così chi di fatto crede che l’unica vita sia quella di questa terra. San Giovanni ci parla della fiducia nel giorno del Giudizio, e anche il Vangelo della I di Avvento ci ricorda che chi si è comportato bene non vede l’ora che il mondo finisca!

La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato.

Se siamo rimasti saldi sul fondamento di Gesù Cristo e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può più essere sottratto neppure nella morte.

(Benedetto XVI, Spe Salvi, §§ 42-46)

Da cosa capisco se ho fede nel Giudizio finale nella mia vita quotidiana? Per esempio, quanto dipendo dal giudizio degli altri, dal che dirà la gente, soprattutto se sono i miei superiori? Sono capace di dire: Dio lo sa come stanno le cose, e questo mi basta. Quanto misuro l’efficacia di ciò che sono e faccio dal riconoscimento degli altri? Quanto faccio le cose per farmi ammirare? E quante non faccio per paura di essere disapprovato, anche se so che sono cose vere e giuste?

Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode. (1 Cor 4,5)

Mi basta questo per rimanere nella pace davanti alle ingiustizie che subisco? O voglio farmi giustizia da me tutta e subito?

 Predicate che il Regno dei cieli è vicino 

Fratelli, sento che qualcuno sta mormorando contro Dio : « Quanto sono duri questi tempi, Signore ; quanto è difficile da attraversare questa epoca ! »… Uomo, che non ti correggi, non sei forse mille volte più duro del tempo in cui viviamo ? Tu che spasimi per il lusso, per ciò che è solo vanità, tu la cui cupidigia è sempre insaziabile, tu che vuoi fare un cattivo uso di ciò che desideri, non otterrai nulla…

Guariamo noi stessi, fratelli ! Correggiamoci ! Il Signore sta per venire. Poiché non appare ancora, non ci si cura di lui. Eppure, non tarderà a venire, e allora non sarà più il momento per essergli indifferenti. Fratelli, correggiamoci ! Un tempo migliore sta per venire, non però per coloro che vivono male. Già il mondo invecchia, volge alla decrepitezza ; e noi, ridiventeremo forse giovani ? Cosa speriamo ? Fratelli, non speriamo in qualcosa di diverso dai tempi di cui ci parla il Vangelo. Non sono cattivi, poiché viene Cristo ! Se ci sembrano duri, difficili da attraversare, Cristo viene a confortarci…

Fratelli, occorre che i tempi siano duri. Perché ? Perché non si cerchi la felicità in questo mondo. In ciò si trova il nostro rimedio : bisogna che questa vita sia agitata, affinché ci si attacchi all’altra vita. Come ? Ascoltate… Dio vede gli uomini agitarsi miserabilmente nella morsa dei loro desideri e delle preoccupazioni del mondo che mettono a morte la loro anima. Allora il Signore viene da loro, come un medico che porta il rimedio.

Agostino, Sull’Avvento di Cristo, Discorso 19

Beato chi pensa al giudizio

Beata l’anima che notte e giorno non si preoccupa d’altro che di rendere agevole il suo compito quel giorno in cui ogni creatura dovrà presentare i suoi conti al grande giudice. Colui, infatti, che tiene fisso innanzi agli occhi quel giorno e quell’ora e medita su quel tribunale che non può essere ingannato, non può commettere se non qualche lievissimo peccato; poiché, quando pecchiamo, pecchiamo per mancanza di timor di Dio; perciò, se uno tiene ben fisso lo sguardo sulle pene che sono minacciate, il suo intimo ed istintivo timore gli consentirà soltanto di cadere in qualche involontaria azione o pensiero. Perciò, ricordati di Dio, conservane il timore nel tuo cuore e invita tutti a pregare con te. È grande l’aiuto di quelli che possono placare Dio. E questo non lo devi tralasciare mai. Questo sostegno dell’altrui preghiera ci è di aiuto in questa vita e ci è di buon viatico, quando ne usciamo per la vita futura. Però, com’è cosa buona la preoccupazione del bene, così è dannoso per l’anima lo scoraggiamento e la disperazione. Riponi la tua speranza nella bontà di Dio e aspettane l’aiuto con la sicurezza che, se ci rivolgiamo a lui con sincerità di cuore, non solo non ci rigetterà, ma prima ancora che si chiuda la bocca sulla preghiera, egli ci dirà: Eccomi, son qui.

Basilio di Cesarea, Epist., 174

La fine del mondo

Sorvegliate la vostra vita. Le vostre lampade non si spengano, e non si sciolgano i vostri fianchi, ma siate pronti. Non sapete l’ora in cui nostro Signore viene (cf. Mt 24,42-44). Riunitevi spesso cercando ciò che conviene alle vostre anime non vi gioverà tutto il tempo della vostra fede, se non sarete perfetti in ultimo.

Didachè, 16, 1-2

La fine del mondo segna il trionfo di Gesù Cristo e il premio degli eletti

Fratelli carissimi, il nostro Signore e Redentore, volendoci trovare preparati e per allontanarci dall’amore del mondo, ci dice quali mali ne accompagnino la fine. Ci scopre quali colpi ne indichino la fine, in modo che se non temiamo Dio nella tranquillità, il terrore di quei colpi ci faccia temere l’imminenza del suo giudizio. Infatti alla pagina del santo Vangelo che avete ora sentito, il Signore poco prima ha premesso: "Si leverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno terremoti, pestilenze e carestie dappertutto" (Lc 21,10-11); e poi ancora: "Ci saranno anche cose nuove nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra le genti saranno prese da angoscia e spavento per il fragore del mare in tempesta" (Lc 21,25); dalle cui parole vediamo che alcune cose già sono avvenute e tremiamo per quelle che devono ancora arrivare. Che le genti si levino contro altre genti e che la loro angoscia si sia diffusa sulla terra l’abbiam visto più ai nostri tempi che non sia avvenuto nel passato. Che il terremoto abbia sconquassato innumerevoli città, sapete quante volte l’abbiam letto. Di pestilenze ne abbiamo senza fine. Di fatti nuovi nel sole, nella luna e nelle stelle, apertamente per ora non ne abbiam visto nulla, ma che non siano lontani ce ne dà un segno il cambiamento dell’aria. Tuttavia prima che l’Italia cadesse sotto la spada dei pagani, vedemmo in cielo eserciti di fuoco, cioè proprio quel sangue rosseggiante del genere umano, che poi fu sparso. Di notevoli confusioni di onde e di mare non ne abbiamo ancora avute, ma poiché molte delle cose predette già si sono avverate, non c’è dubbio che avvengano anche le poche, che ancora non si sono avverate; il passato è garanzia del futuro.

Queste cose, fratelli carissimi, le andiamo dicendo, perché le vostre menti stiano vigilanti nell’attesa, non s’intorpidiscano nella sicurezza, non s’addormentino nell’ignoranza e vi stimoli alle opere buone il pensiero del Redentore che dice: "Gli abitanti della terra moriranno per la paura e per il presentimento delle cose che devono avvenire. Infatti le forze del cielo saranno sconvolte" (Lc 21,26). Che cosa il Signore intende per forze dei cieli, se non gli angeli, arcangeli, troni, dominazioni, principati e potestà, che appariranno visibilmente all’arrivo del giudice severo, perché severamente esigano da noi ciò che oggi l’invisibile Creatore tollera pazientemente? Ivi stesso si aggiunge: "E allora vedranno venire il Figlio dell’uomo sulle nubi con gran potenza e maestà". Come se volesse dire: Vedranno in maestà e potenza colui che non vollero sentire nell’umiltà, perché ne sentano tanto più severamente la forza, quanto meno oggi piegano l’orgoglio del loro cuore innanzi a lui.

Ma poiché queste cose sono state dette contro i malvagi, ecco ora la consolazione degli eletti. Difatti viene soggiunto: "All’inizio di questi avvenimenti, guardate e sollevate le vostre teste, perché s’avvicina il vostro riscatto". È la Verità che avverte i suoi eletti dicendo: Mentre s’addensano le piaghe del mondo, quando il terrore del giudizio si fa palese per lo sconvolgimento di tutte le cose, alzate la testa, cioè prendete animo, perché, se finisce il mondo, di cui non siete amici, si compie il riscatto che aspettate. Spesso nella Scrittura il capo sta per la mente, perché come le membra son guidate dal capo, così i pensieri sono ordinati dalla mente. Sollevare la testa, quindi, vuol dire innalzare le menti alla felicità della patria celeste. Coloro, dunque, che amano Dio sono invitati a rallegrarsi per la fine del mondo, perché presto incontreranno colui che amano, mentre se ne va colui ch’essi non amavano. Non sia mai che un fedele che aspetta di vedere Dio, s’abbia a rattristare per la fine del mondo. Sta scritto infatti: "Chi vorrà essere amico di questo mondo, diventerà nemico di Dio" (Gc 4,4). Colui che, allora, avvicinandosi la fine del mondo, non si rallegra, si dimostra amico del mondo e nemico di Dio. Ma non può essere questo per un fedele, che crede che c’è un’altra vita e l’ama nelle sue opere. Si può dispiacere della fine di questo mondo, chi ha posto in esso le radici del suo cuore, chi non tende a una vita futura, chi neanche sospetta che ci sia. Ma noi che sappiamo dell’eterna felicità della patria, dobbiamo affrettarne il conseguimento. Dobbiamo desiderare d’andarvi al più presto possibile per la via più breve. Quali mali non ha il mondo? Quale tristezza e angustia vi manca? Che cosa è la vita mortale, se non una via? E giudicate voi stessi, fratelli, che significherebbe stancarsi nel cammino d’un viaggio e tuttavia non desiderare ch’esso sia finito.

Gregorio Magno, Sermo 1, 1-3

 Già presente nella sua Chiesa, il Regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto “con potenza e gloria grande” mediante la venuta del Re sulla terra. Questo Regno è ancora insidiato dalle potenze inique, anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla Pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, “fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Per questa ragione i cristiani pregano, soprattutto nell'Eucaristia per affrettare il ritorno di Cristo dicendogli: “Vieni, Signore”.

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 671

 

«Richiamo l'attenzione perché anche nella nostra epoca la paura "di ciò che dovrà accadere sulla terra" si comunica agli uomini. Il tempo della fine del mondo nessuno lo conosce "ma solo il Padre" (Mc 13,32), e perciò da quella paura, che si comunica agli uomini del nostro tempo, non deduciamo alcuna conseguenza per quanto riguarda il futuro del mondo. Invece, è bene fermarsi su questa frase del Vangelo odierno. Per vivere bene il ricordo della memoria della nascita di Cristo, bisogna tener bene in mente la verità sull'ultima venuta di Cristo; su quell'ultimo Avvento. E quando il Signore Gesù dice: "State bene attenti... che quel giorno non vi piombi addosso improvviso, come un laccio" (Lc 21,34), allora giustamente sentiamo che egli parla qui non solo dell'ultimo giorno di tutto il mondo umano, ma anche dell'ultimo giorno di ogni uomo. Quel giorno, che chiude il tempo della nostra vita sulla terra e apre davanti a noi la dimensione dell'eternità, è anche l'Avvento. In quel giorno verrà a noi il Signore come Redentore e Giudice.

Così dunque, come vediamo, è molteplice il significato dell'Avvento, che, come tempo liturgico, ha inizio con la domenica odierna. Sembra però che soprattutto la prima delle quattro domeniche di questo periodo voglia parlarci con la verità del "passare", a cui sono sottoposti il mondo e l'uomo nel mondo. La nostra vita nel mondo è un "passare", che inevitabilmente conduce al termine. Tuttavia, la Chiesa vuol dire a noi - e lo fa con tutta la perseveranza - che questo passare e quel termine sono, nello stesso tempo, avvento: noi non solo passiamo, ma contemporaneamente ci prepariamo! Ci prepariamo all'incontro con lui.

La fondamentale verità sull'Avvento è, nello stesso tempo, seria e gioiosa. E' seria: risuona in essa lo stesso "vegliate" che abbiamo sentito nella liturgia delle ultime domeniche dell'anno liturgico. Ed è, nello stesso tempo, gioiosa: l'uomo infatti non vive "nel vuoto" (lo scopo della vita dell'uomo non è "il vuoto"). La vita dell'uomo non è soltanto un avvicinarsi al termine, che insieme alla morte del corpo significherebbe l'annientamento di tutto l'essere umano. L'Avvento porta in sé la certezza della indistruttibilità di questo essere.

Se ripete: "Vegliate e pregate..." (Lc 21,36), lo fa perché possiamo essere preparati a "comparire davanti al Figlio dell'uomo" (Lc 21,36). In questo modo, l'Avvento è anche il primo e fondamentale tempo di scelta; accettandolo, partecipando ad esso, scegliamo il principale senso di tutto la vita».

Giovanni Paolo II, Dall’Omelia del 2 dicembre 1979

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